Giuseppe Ungaretti

 

SAN MARTINO

Di queste case

non è rimasto che qualche brandello di muro.

Di tanti che mi corrispondevano

non è rimasto neppure questo.

Ma nel mio cuore

nulla manca.

Il mio cuore:

il paese più straziato.

 

****

 

Dopo tanta nebbia

a una a una si svelano le stelle.

Respiro.

E nel fresco che mi lascia il colore del cielo,

mi riconosco

in questo gioco infinito.

 

****

 

Se tu mi rivenissi incontro vivo,

con la tua mano tesa,

ancora potrei,

di nuovo in uno slancio d'oblio, stringere,

fratello, una mano.

Ma di te,

di te non mi circondano

che sogni, barlumi,

fuochi senza fuoco del passato.

La memoria non svolge che le immagini

e a me stesso

io stesso

non sono già più

che l'annientante nulla

del pensiero.

 

****

 

le mie urla feriscono come fulmini

la campana fioca del cielo

sprofondano impaurite

nella piana gelida

di neve

 

****

 

Stella

mia unica stella;

nella povertà della notte, sola,

per me solo, rifulgi;

ma per me, stella,

che mai non finirai d'illuminare,

un tempo ti è concesso troppo breve.

Mi elargisci una luce

che la disperazione

non fa che acuire.

 

****

 

D'improvviso alto

sulle macerie

il limpido stupore dell'immensità.

E l'uomo curvato sull'acqua

sorpreso

rinviene un'immagine

cullata

e presto

infranta.

 

****

Questo sole e tanto spazio

ti calmino

nel puro vento udire

puoi il vento camminare

e la mia voce

ho in me raccolto a poco a poco

e chiuso

lo slancio muto della tua speranza

sono per te

l’aurora e intatto giorno

 

****

ha bisogno di qualche ristoro

il mio buio cuore disperso

negli incastri fangosi dei sassi

come un’erba di questa contrada

vuole tremare piano alla luce

****

anche questa notte passerà

questa solitudine in giro

titubante ombra dei fili tranviari

sull’umido asfalto

guardo le teste dei brumisti

nel mezzo sonno tentennare

****

di che reggimento siete

fratelli?

parola tremante

nella notte

foglia appena nata

nell’aria spasimante

involontaria rivolta

dell’uomo presente alla sua fragilità

fratelli

****

di che reggimento siete

fratelli?

fratello

tremante parola

nella notte

come una fogliolina

appena nata

fratelli

saluto

accorato

nell’aria spasimante

implorazione sussurrata

di soccorso

all’uomo presente alla sua fragilità

("fratelli 1916")

****

anche le tombe sono scomparse

spazio nero infinito calato

da questo balcone

al cimitero

mi è venuto a ritrovare

il mio compagno arabo

che s’è ucciso l’altra sera

rifà giorno

tornano le tombe

appiattate nel verde tetro

delle ultime oscurità

nel verde torbido

del primo chiaro

****

la mia squallida vita si estende

più spaventata di sé

in un infinito che mi calca

e mi preme

col suo fievole tatto

****

un’intera nottata

buttata vicino

a un compagno massacrato

con la sua bocca

drigrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

****

baluastrata di brezza

per appoggiare stasera

la mia malinconia

****

conosco una città

che ogni giorno s’empie di sole

e tutto è rapito in quel momento

me ne sono andato una sera

nel cuore durava il limio delle cicale

dal bastimento verniciato di bianco

ho visto al mia terra sparire

lasciando un poco

un abbraccio di lumi nell’aria torbida

sospesi

****

quel contadino

si affida alla medaglia

di sant’Antonio

e va leggero

ma ben sola e ben nuda

senza miraggio

porto la mia anima

 

****

Bosco Cappuccio

ha un declivio

di velluto verde

come una dolce poltrona

appisolarmi là

solo

in un caffè remoto

con una luce fievole

come questa

di questa luna

****

come questa pietra

del San Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente disanimata

come questa pietra

è il mio pianto

che non si vede

la morte si sconta vivendo

 

****

assisto la notte violentata

l’aria è crivellata

come un trina

dalle schioppettate

degli uomini

ritratti

nelle trincee

come le lumache nel loro guscio

mi pare

che un affannato

nugolo di scalpellini

batta il lastricato

di pietra di lava

delle mie strade

ed io l’ascolti

non vedendo

in dormiveglia

****

si sta come d’autunno

sugli alberi

le foglie

****

fermato a due sassi

languisco

sotto questa

volta appannata

di cielo

Il groviglio dei sentieri

possiede la mia cecità

Nulla è più squallido

di questa monotonia

Una volta

non sapevo

che è una cosa

qualunque

perfino

la consunzione serale

del cielo

E sulla mia terra africana

calmata

a un arpeggio

perso nell’aria

mi rinnovavo

****

Quale canto s’è levato stanotte

che intesse

di cristallina eco del cuore

le stelle

Quale festa sorgiva

di cuore a nozze

Sono stato

uno stagno di buio

Ora mordo come un bambino la mia mammella

lo spazio

Ora sono ubriaco

d’universo

****

Questi dossi di monti

si sono coricati

nel buio delle valli

Non c’è più niente

che un gorgoglio

di grilli che mi raggiunge

e s’accompagna

alla mia inquietudine

****

Ma le mie urla feriscono come fulmini

la campana fioca del cielo

Sprofondano impaurite

****

In nessuna parte di terra mi posso accasare

A ogni nuovo clima che incontro

mi trovo languente

che una volta già gli ero stato assuefatto

e me ne stacco sempre straniero

nascendo

tornato da epoche troppo vissute

godere un solo minuto di vita iniziale

Cerco un paese innocente

****

Eccovi un uomo

uniforme

Eccovi un’anima

deserta

uno specchio impassibile

M’avviene di svegliarmi

e di congiungermi

e di possedere

Il raro bene che mi nasce

così piano mi nasce

E quanto ha durato

così insensibilmente s’è spento

****

Chiuso fra cose mortali.

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?

****

Quando la notte è a svanire

poco prima di primavera

e di rado qualcuno passa

su Parigi s’addensa un oscuro colore

di pianto

in un canto di ponte

contempli l’illimitato silenzio

di una ragazza tenue

le nostre malattie si fondono

e come portati via

si rimane

****

E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

****

La terra

s’è velata

di tenera

leggerezza

Come una sposa

novella

offre

allibita

alla sua creatura

il pudore sorridente

di madre

****

Il volto

di stanotte

è secco

come una

pergamena.

Questo nomade

adunco

morbido di neve

si lascia

come una foglia

accartocciata.

L’interminabile

tempo

mi adopera

come un

fruscio

****

m’illumino

d’immenso

****

agglutinati all’oggi

i giorni del passato

e gli altri che verranno

per anni e lungo secoli

ogni attimo sorpresa

nel sapere che siamo ancora in vita

che scorre come sempre il vivere

dono e pena inattesi

nel turbinio continuo

dei vani mutamenti.

Tale per nostra sorte

il viaggio che proseguo

in un battibaleno

esumando, inventando

da capo a fondo il tempo

profugo come gli altri

che furono, che sono, che saranno.

****

Mi sento la febbre

di questa

piena di luce.

Accolgo questa

giornata come

il frutto che si addolcisce.

Avrò

stanotte

un rimorso come un

latrato

perso nel

deserto

****

D’improvviso

è alto

sulle macerie

il limpido

stupore

dell’immensità.

E l’uomo

curvato

sull’acqua

sorpresa

dal sole

si rinviene

un’ombra

cullata e

piano

franta 

****

Dopo tanta

nebbia

a una

a una

si svelano

le stelle.

Respiro.

Il fresco

che mi lascia

il colore del cielo.

Mi riconosco

immagine

passeggera

presa in un giro

immortale

 

****

 

Dall’ampia ansia dell’alba

svelata alberatura.

Dolori risvegli.

Foglie, serene foglie,

vi ascolto nel lamento.

Autunni

moribondi dolcezze.

O gioventù

passata è appena l’ora del distacco.

Cieli alti della gioventù

libero slancio.

E già sono deserto

perso in questa curva malinconia.

Ma la notte sperde le lontananze.

Oceanici silenzi,

astrali nidi d’illusione,

o notte.

****

La terra s’è velata

di tenera leggerezza

come una sposa novella

offre allibita

alla sua creatura

il pudore sorridente di madre

 

 

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