COMPLESSITA’
CONFLITTO
SOCIALE
Paolo Borsoni
Dalla letteratura delle scienze sociali e politiche degli ultimi decenni emerge
un dato costante: il crescente riferimento alla Teoria dei Sistemi per
interpretare fenomeni politici e sociali. Questi riferimenti il più delle volte
si caratterizzano con un semplice nominalismo, per un cambio di etichette.
L’utilizzazione della Teoria dei Sistemi cioè viene utilizzata per esprimere in
linguaggio diverso concetti che potevano essere espressi anche mediante altri
linguaggi. In questa prospettiva è evidente che tale teoria non dà di per sé
spessore all’elaborazione concettuale. E in effetti spesso i riferimenti alla
Teoria dei Sistemi in sociologia e in scienza politica hanno riguardato la
terminologia e gli schemi più elementari delle teorie dei sistemi, sono rimasti
cioè esclusi riferimenti a veri e propri teoremi, agli schemi complessi che
caratterizzano le teorie scientifiche dei sistemi.
Si pone quindi il problema se questo limite derivi da cause contingenti, da un
possibile ritardo di teorizzazione, o da cause strutturali, cioè
dall’impossibilità delle teorie dei sistemi così come sono state formulate in
ambito scientifico di costituire una base interpretativa adeguata per la realtà
sociale e politica.
Una delle teorie scientifiche dei sistemi spesso coinvolte in questi tentativi
è la Teoria delle Catastrofi (forse anche per il nome evocativo di
interpretazioni sociologiche e politologiche della crisi).
Sulla base di un’analisi dei riferimenti che sono stati effettuati alla Teoria
delle Catastrofi di René Thom nell'ambito sociologico e politologico si sarebbe
indotti a pensare che i risultati sono assolutamente deludenti e che quindi c’è
un confine quasi invalicabile tra teorie scientifiche e teorie sociali: i
riferimenti alla Teoria delle Catastrofi non sono riusciti cioè a dare vera
consistenza di interpretazione sociologica e politologica agli schemi di René
Thom. Questo modello della Teoria delle Catastrofi è essenzialmente matematico,
apre una linea di sviluppo analitico formale, non propone un insieme di elementi
adeguati per costituire una base teorica per un’analisi cogente della realtà
sociale e politica.
La Teoria dei Sistemi sviluppata di Ilya Prigogine attraverso l’analisi
empirica di fenomeni fisici, chimici, ha una linea di sviluppo completamene
diversa da quella logica-matematica di René Thom. La prospettiva di Prigogine
appare più cogente dal punto di vista dell'analisi sociale, più ricca di
indicazioni di contenuto. Ma anche da questa seconda sponda alla resa dei conti
non sembrano venire indicazioni adeguate: qui si verifica sostanzialmente la
diversità di ambito applicativo tra i sistemi organici e i sistemi sociali.
Dalla prospettiva disegnata da Prigogine emergono indicazioni interessanti,
possibilità di collegamento tra campo scientifico-naturale e campo
sociale-culturale, ma anche in questo caso la proposta si traduce in una
trasposizione di modelli, che può essere importante dal punto di vista formale e
linguistico, ma inefficace dal punto di vista contenutistico.
Il problema del collegamento tra teoria scientifiche di tipo fisico, matematico
e teorie sociali, politiche non sembrerebbe avere quindi nella Teoria dei
Sistemi la chiave di volta della propria soluzione: non è nella riduzione a
sistema delle strutture organiche e delle strutture sociali che si apra una
prospettiva di analisi generale di interpretazione comune.
Si può notare come questi risultati deludenti rivalutino implicitamente i
collegamenti tra teoria sociale e teoria biologica che si sono sviluppati
attraverso l’etologia umana: il filo di continuità tra gli studi di
Eibl-Eibesfeldt e Desmond Morris da una parte e di Erving Goffman dall’altra è
del tutto evidente e consistente.
La prospettiva teorica che finora è stata in grado di proporre con più efficacia
la Teoria dei Sistemi in campo sociologico e politologico è quella di Niklas
Luhamnn. La coerenza rigorosa con cui Luhmann conferisce organicità alla sua
interpretazione sistemica in ogni ambito della sfera sociale e politica
(diritto, religione, amministrazione, politica, sociologia, teoria della
conoscenza) apre una prospettiva di importante rinnovamento. Ma anche questa
teoria in verità non si pone a livelli molto profondi delle problematiche
teoriche delle teorie scientifiche dei sistemi, neppure Luhmann affronta modelli
e schemi complessi delle teorie sistemiche di ambito scientifico. La teoria di
Niklas Luhmann in effetti più che alle categorie della Teoria dei Sistemi fa
riferimento ad analisi del funzionalismo, la teoria da cui Luhmann ha preso
avvio nei suoi studi. La stessa categoria di “complessità”, che costituisce
l’emblema della teoria di Luhmann, viene utilizzata in termini non riconducibili
a un approccio scientifico sistemico: Luhmann parla di aumento della complessità
interna al sistema come indicatore evolutivo necessario per fronteggiare
l’aumento della complessità del suo ambiente; ma l’evoluzione di un sistema non
può identificarsi tout court con un aumento di complessità, l’evoluzione di un
sistema si colloca nell’ambito di un aumento di complessità con precise
caratteristiche qualitative, con definiti limiti funzionali relative alle
situazioni che si determinano: un aumento comunque e qualsiasi di complessità
interna al sistema potrebbe portare a un sovraccarico di complessità e
all’indebolimento dell’efficienza del sistema fino a un suo possibile blocco.
Non sempre o addirittura quasi mai "Più" è sempre meglio che "Meno": c'è sempre
un valore ottimale al di là del quale tutto diviene tossico: l'ossigeno, il
sonno, la psicoterapia, la filosofia e quindi anche la complessità. Sia le
variabili biologiche che quelle sociologiche hanno sempre bisogno di equilibrio.
Spingere tali variabili, compresa la complessità, in ogni caso oltre
l'equilibrio, oltre il confine in cui l'equilibrio è ancora possibile è
deleterio per il sistema, qualsiasi sia la sua natura.
Una possibile soluzione per superare l’impasse in cui cade questo uso
generalizzante, e spesso generico, della categoria di “complessità” è
l’introduzione dei concetti di “mappa” e di “intensità di informazione” come
presenza relativa di informazione nei simboli e nei messaggi comunicativi. Sotto
questa prospettiva diventa adeguato indicatore di evoluzione positiva di un
sistema quello che segnala in alcuni casi non una maggiore complessità ma una
semplificazione: in effetti la capacità di interpretare e di fronteggiare la
complessità di un ambiente non passa tout court attraverso un aumento di
complessità, ma certamente attraverso un aumento dell’intensità di informazione
e di conoscenza tale da fornire migliori strategie di sopravvivenza e di
modifica dell’ambiente.
Questa prospettiva centrata sui concetti di “mappa” e di “intensità di
informazione” e in generale sulla Teoria dell’Informazione indica un possibile
più proficuo collegamento tra teorie scientifiche e teorie sociali rispetto a
quello fornito dalla Teoria dei Sistemi o dalla Teoria delle Catastrofi.
Niklas Luhmann attraverso la metodologia del funzionalismo sistemico si propone
di rinnovare l’approccio teorico allo studio delle società: le interazioni
sociali vanno studiate per Luhmann come interazioni tra sistemi, i concetti di
specie, popolazione, totalità, uomo, vanno definitivamente abbandonati per
assumere una sociologia basata sul rapporto sistema-ambiente.
“Sistema sociale – scrive Luhmann - è una connessione fornita di senso di azioni
sociali, che si riferiscono tra sé e si lasciano delimitare da un universo di
azioni non relative a quella connessione”.
Sistema per Luhmann è un’entità di azioni che si mantiene costante in un
ambiente complesso e mutevole attraverso la stabilizzazione di confini
interno-esterno.
“Invece della razionalità puramente interna di un ordinamento privo di
contraddizioni – scrive Luhmann – la problematica è quella del mantenimento di
un sistema in un ambiente complesso. I sistemi sono unità operative sensibili
nei confronti dell’ambiente, in grado di elaborare e di compensare gli stimoli
che ad essi provengono dall’ambiente”.
Nei sistemi aperti la dinamica dell’evoluzione verrebbe allora determinata dalla
differenza di complessità tra sistemi; la complessità continuamente in aumento
spinge all’approfondimento della differenziazione funzionale; tutti i sistemi
vengono sottoposti a un continuo adattamento e adeguamento a livelli superiori
di complessità.
In questa Teoria sociologica dei Sistemi aperti il singolo individuo per Luhmann,
dato che non è parte del sistema (sistema di azioni), è suo ambiente. Essendo un
sistema di azioni, il sistema sociale non comprende il singolo individuo:
individuo e società sono l’uno per l’altro portatori di complessità.
In una teoria che dichiara di avere come oggetto della propria analisi i
sistemi, l’individuo assume ruoli all’interno di determinate unità d’azioni: le
procedure.
Da una lettura critica della teoria di Luhmann emerge come tale analisi
sociologica sistemica rimandi implicitamente a un meccanismo elementare di fondo
che sottende tutto il discorso: il raggiungimento e il mantenimento della
sicurezza.
L’approccio sociologico sistemico muove dalla rilevanza essenziale
dell’insicurezza che nasce dalla complessità sociale. I sistemi devono per
Luhmann rispondere al bisogno di ordine, di prevedibilità funzionale e quindi in
sostanza alla sicurezza.
La contrapposizione sistema-ambiente, la problematica della complessità, della
sua degenerazione, in Luhmann rimandano alla contrapposizione secolare nella
storia della cultura tedesca tra Kultur, intesa come sfera sociale, e Natur,
intesa come suo ambiente: la Natur si configura con i caratteri di minacciosità,
imprevedibilità, la Kultur con i caratteri di ordine, organicità.
Il problema implicito quindi che rende cogente un’adozione della Teoria dei
Sistemi in sociologia e in politologia appare il problema della sicurezza:
l’insicurezza motiva la regolazione necessaria e continua della complessità, ne
regola tempi e obiettivi. Stato di necessità in un ambiente ostile che non
permette un agire libero ed efficiente questa è la situazione nella quale si
trova ad agire il sistema, che è obbligato a diventare sempre più complesso.
In questa assunzione del bisogno di sicurezza come bisogno fondante della
dinamica sociale c’è un’assunzione interpretativa che rimanda a una scelta
ideologica di fondo, in Luhmann tale scelta si colloca al di là di ogni analisi
storica dell’evoluzione di una particolare specifica società e si pone su un
piano universale di fondazione di bisogni in tutte le società, della “società”
in generale.
La teoria sistemica di Luhamn è riconducibile quindi a un’ipotesi di sviluppo di
un processo di razionalizzazione della società in uno stato di crisi: il senso
sistemico è il riconoscimento teorico della condizione di crisi. Tale teoria è
coerente con una configurazione sociale in cui si realizzino necessità
considerate oggettive di controllo sugli spazi e sui modelli di comportamento. I
sistemi funzionano da trait d’union tra crisi e bisogno di sicurezza: di fronte
alla crisi, la sicurezza viene massimamente garantita da un’organizzazione
sistemica che impone comportamenti e strutture stabilmente costituite di azione
e di esistenza.
Jurgen Habermas di fronte a tale quadro sociologico propone invece la
riaffermazione del soggetto come entità fondante per la realizzazione della
comunità di comunicazione e per la legittimazione delle istituzioni.
Lumann organizza l’efficienza, il funzionamento sistemico, e prospetta un
modello sociale che subordina e accantona le interazioni fondate su processi
discorsivi e comunicativi rispetto alle esigenze di efficienza e di struttura di
sistemi decisionali.
Habermas prospetta un modello sociale che pone come riferimento imprescindibile
la comunicazione tra soggetti.
Si può notare come nelle Teorie scientifiche dei Sistemi il tema della
stabilità-sopravvivenza del sistema venga a riferirsi a una base strutturale
inequivocabile, mentre in sociologia un riferimento altrettanto preciso e
universale di cosa sia stabilità-sopravvivenza-evoluzione per un sistema non
esiste, o meglio esiste ma è diverso a seconda dell’approccio ideologico
prescelto. Le società non riproducono mai la “nuda vita”, ma una vita sociale,
culturale, politicamente definita: non si possono identificare i presupposti
universali per la pura stabilità dei sistemi sociali senza far riferimento a uno
specifico modello su cui e rispetto al quale costruire cultura, politica,
convivenza sociale, comunicazione. I criteri della “vita” e della
“sopravvivenza”, come anche della “stabilità” di un sistema sociale non sono
estranei a presupposti e fini più o meno impliciti, a un modo sociale di
produzione e riproduzione socialmente determinato. La trasposizione di schemi
sistemici dalla biologia alla sociologia impone il passaggio da criteri
universalmente riconosciuti a criteri con una valenza e un peso ideologici.
Non è un caso che la categoria di “aspettativa” assunta da Luhmann come base
dell’agire sociale coincida con il nucleo che la teoria microeconomica e
macroeconomica del capitalismo di mercato assegna all’agire dell’individuo.
La razionalità sistemica si configura quindi come razionalizzazione e
stabilizzazione di una determinata configurazione di rapporti sociali: la
riduzione di complessità è alla resa dei conti l’assorbimento e la
neutralizzazione del conflitto sociale. La problematica della complessità può
essere ricondotta alla prospettiva di fondo che assume come dato di fondo la
pericolosità del conflitto sociale, visto come complessità incontrollata e
irrisolta, di fronte alla quale i sistemi amministrativi, politici, sociali,
religiosi svolgono funzioni di garanzia, di stabilità, di sicurezza.
bibliografia:
René Thom “Modelli matematici della morfogenesi” Einaudi
Ilya Prigogine “La nuova alleanza” Einaudi
Irenäus Eibl-Eibesfeldt “Amore e odio” Mondadori
Desmond Morris “La scimmia nuda” Bompiani
Niklas Luhmann-Jurgen Habermas “Teoria della società o tecnologia sociale” EtasKompass
Niklas Luhmann “Potere e complessità sociale” Saggiatore
Erving Goffman “Asylums” Einaudi
Jurgen Habermas “La crisi della razionalità nel capitalismo maturo” Laterza
Paolo Borsoni “Democrazia e potere nelle società complesse” Ila Palma
Paolo Borsoni “Ai margini del silenzio. Ricerca di ecologia della comunicazione”
Ianua