da "La nonviolenza è in cammino"
quotidiano telematico per la pace diretto da Peppe Sini
Numero 311 del 2 agosto 2010
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COI PIEDI PER TERRA
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LA NONVIOLENZA OGGI IN ITALIA
PAOLO ARENA E MARCO GRAZIOTTI INTERVISTANO PAOLO BORSONI
(Paolo Arena e Marco Graziotti fanno parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che si svolgono settimanalmente a Viterbo.)
Come è avvenuto il suo accostamento alla nonviolenza?
Il tema della violenza segna uno spartiacque per chi ha vissuto l’esperienza dei gruppi politici di sinistra degli anni ‘70 e ‘80. In quegli anni si credeva possibile liberare il mondo da autoritarismo, ingiustizie, sfruttamento. Si era convinti che quelle idee di giustizia fossero talmente ovvie e condivise che sarebbero divenute presto le basi di un mondo migliore. La sconfitta di quelle idee e del movimento che le sosteneva ha tramutato grandi speranze in utopie che sembrano frullare per il cervello solo a pochi irriducibili velleitari che nuotano in senso contrario alla corrente dominante. Ma in realtà quelle idee di eguaglianza, di giustizia costituiscono ancora oggi un orizzonte di riferimento essenziale per una critica delle logiche di dominio, di potenza, che attraversano questo tempo presente, dove la guerra è la via maestra per risolvere conflitti per la conquista di risorse economiche limitate e dove prevalgono stili di vita, di relazione contrassegnati dal possedere, dal dominare, su cui si modellano comportamenti di prevaricazione, di arroganza, plasmati dal dominio dell’apparenza. Ma le vicende contraddittorie, in alcuni casi tragiche dei gruppi che lottavano a volte praticando la violenza negli anni ’70-‘80, hanno dimostrato anche che solo la nonviolenza può apprestare il terreno a un mondo profondamente diverso, solo la nonviolenza costituisce il germe per la fine del dominio che si nutre di sopraffazione, autoritarismo, violenza.
Quali personalità della nonviolenza hanno contato di più per lei e perché?
Gandhi e Nelson Mandela. Nelson Mandela sembra l’incarnazione della frase di Gandhi: “Per praticare la non violenza bisogna essere intrepidi e avere un coraggio a tutta prova”; Mandela ha avuto l’intelligenza di modificare le sue forme di lotte nel corso della sua vita, la capacità di trasformare il proprio avversario in interlocutore da coinvolgere in un processo di pacificazione, la grandezza di non vendicarsi dei torti subiti, delle violenze terribili sopportate, ma di far camminare accanto a sé i suoi ex-carcerieri in una strada da percorrere insieme.
Quali libri consiglierebbe di leggere a un giovane che si accostasse oggi alla nonviolenza? E quali libri sarebbe opportuno che a tal fine fossero presenti in ogni biblioteca pubblica e scolastica?
Ovviamente i libri di Gandhi per un approccio teorico. Ma la nonviolenza è in primo luogo un fatto emozionale, riguarda prima il cuore che la mente, per questo sono straordinari alcuni libri di narrativa: Emilio Lussu “Un anno sull’altopiano”, Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, Stig Dagermann “Autunno tedesco”, Primo Levi “Se questo è un uomo”, Ignazio Silone “Fontamara”, Varlam Salamov “I racconti di Kolyma”, Luigi Meneghello “I piccoli maestri”, Mario Rigoni Stern “Il sergente della neve”, Alfred Andersch “Le ciliege della libertà”.
Quali iniziative nonviolente in corso oggi nel mondo e in Italia le sembrano particolarmente significative e degne di essere sostenute con più impegno?
Emergency e Amnesty International: l’una per la sua capacità incredibile di portare cure mediche in tutti i posti martoriati del pianeta senza scendere a compromessi con i governi, senza adulare i potenti, l’altra per essere il riferimento costante del rispetto dei diritti umani e civili.
In quali campi ritiene più necessario ed urgente un impegno nonviolento?
In primo luogo quello dei diritti dei bambini, sintetizzabile nello slogan azzeccato “Giù le mani dai bambini”, difendendoli dagli orchi che li vogliono usare sessualmente, dai militari che li trasformano in bambini-soldati, dai politici che con le loro ambizioni di dominio scatenando guerre li depredano della parte migliore della loro vita o direttamente della vita. Poi quello della fame nel mondo, dello spreco vergognoso di pochi con la carestia micidiale di tanti. Altro tema: il blocco della produzione e dell’esportazione di armi dall’Italia: alcune terre dell’Asia sono letteralmente disseminate di mine italiane che colpiscono, ammazzano, feriscono... persino i militari italiani! Un tema essenziale infine è la lotta al razzismo, dilagante in Italia, con l’accoglienza e il sostegno delle persone e delle famiglie venute in Italia per lavorare, per crearsi una vita migliore.
Quali centri, organizzazioni, campagne segnalerebbe a un giovane che volesse entrare in contatto con la nonviolenza organizzata oggi in Italia?
Soprattutto i gruppi di base, i gruppi nonviolenti, i comitati per la pace, le associazioni di volontariato (senza scopo di lucro, senza ambizioni di potere) a favore degli ultimi.
Come definirebbe la nonviolenza, e quali sono le sue caratteristiche fondamentali?
Dal punto di vista generale è l’opposizione integrale alla violenza, alla guerra, al razzismo con il riconoscimento della fondamentale unità dell’insieme di tutti gli esseri umani. Dal punto di vista individuale è l’assenza di odio, di desiderio di vendicarsi, di uccidere. Spinoza ha scritto: “La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia”.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e femminismo?
Il progresso di una nazione, il suo livello morale possono essere valutati da come vengono trattate in quella popolazione le donne. Ancora oggi nel nostro paese continuano a ripetersi violenze inaudite contro le donne e sussistono forme sottili di discriminazione verso il genere femminile. Per una rilevante parte della popolazione maschile la donna è ancor oggi un essere inferiore. I movimenti femminili, spontanei e organizzati, con le loro lotte hanno offerto e continuano a offrire una testimonianza straordinaria della nonviolenza.
Quali rapporti vede tra nonviolenza ed ecologia?
Ricerche di psicologia sociale hanno dimostrato che l’ambiente, la geometria del reale che circonda un individuo, determina il suo modo di vedere, di sentire la realtà: è il concetto di “ideostruttura”: la struttura del reale segna in profondità la percezione. Un ambiente violento e violentato predispone a un modo di pensare aggressivo, a una vita violenta, al contrario un ambiente non violento, curato con rispetto, crea le condizioni per un’ecologia del vivere e del comunicare. Secondo Simone Weil “Mangiare un frutto ha rovinato l'umanità. La salvezza verrà dal guardare un frutto senza mangiarlo”.
Quali rapporti vede tra nonviolenza, impegno antirazzista e lotta per il riconoscimento dei diritti umani di tutti gli esseri umani?
Ad Albert Einstein, quando ottenne il salvacondotto per lasciare la Germania negli anni ’30, fu imposto di compilare un modulo in cui doveva indicare a quale razza appartenesse. La risposta che i nazisti si aspettavano di ricevere era ovviamente “razza ebraica”. Ma Einstein, in quella situazione tanto rischiosa, ebbe il coraggio di scrivere: “razza umana”. Ero uno smacco, quasi una sfida per i razzisti che lo circondavano. Eppure Einstein aveva assolutamente ragione: le ultime ricerche di genetica delle popolazioni hanno scoperto (come il grande fisico aveva intuito) che esiste un’unica razza: quella umana. Sono del tutto ingiustificate, infondate, le ideologie che fissano differenze sostanziali fra gruppi del genere umano su base razziale. Tali ideologie, che hanno prodotto disastri e che sono ancora vive più o meno esplicitamente in Italia, non hanno fondamenti scientifici. L’impegno degli amici della nonviolenza è di opporsi a pratiche, politiche, leggi razziste, alla cultura razzista fondata sulla stupidità e sull’eterno meccanismo psicopatologico del creare un nemico su cui scaricare rabbia, senso di impotenza, di frustrazione, d’insicurezza generati da un ambiente che non si riesce a fronteggiare.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotta antimafia?
La mafia è un’organizzazione violenta, criminale, prospera facendosi forte della complicità di pochi e della paura e dell’omertà di tanti. “La mafia uccide il silenzio pure” era scritto sugli striscioni che accompagnavano Peppino Impastato il giorno del suo funerale. Peppino fu ucciso il 9 maggio 1978 dalla mafia, decisa a far tacere una voce che dalla radio libera Radio Aut denunciava ogni giorno le attività mafiose, in particolare del boss Gaetano Badalamenti. Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992 nella strage di via D'Amelio, aveva dichiarato: "Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene". La mafia considera suoi nemici chi parla della mafia, chi fa nomi e cognomi, chi ridesta le coscienze. Gli amici della nonviolenza hanno il dovere di sfidare l’omertà, di rompere il silenzio, di raccogliere il testimone di Peppino e Paolo.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte del movimento dei lavoratori e delle classi sociali sfruttate ed oppresse?
Alcune condizioni di lavoro nelle fabbriche, certi ambienti di produzione sono segnati da una vera e propria violenza sui lavoratori, esprimono sopraffazione, spoliazione dell’umanità di esseri umani. È scontato per gli amici della nonviolenza schierarsi a fianco degli sfruttati.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte di liberazione dei popoli oppressi?
L’ottobre russo del 1917, la rivoluzione cinese del 1949 furono rivoluzioni che rovesciarono tirannidi spietate durate secoli, dove infimi gruppi di potenti schiacciavano milioni di esseri umani ridotti a vivere in condizioni inumane. In quelle terre immense migliaia e migliaia di individui morivano ciclicamente come mosche per epidemie e carestie, la vita di un contadino valeva meno di quella di un pollo o di un maiale. Le due rivoluzioni furono processi di liberazione. Eppure nei decenni successivi si trasformarono nella sanguinaria dittatura stalinista e in un oppressivo capitalismo di Stato. Entrambe quelle due rivoluzioni sono fallite rispetto agli ideali, ai principi che le avevano animate. Le due esperienze storiche dimostrano come soltanto se è vivo, vegeto e prospera in una lotta di liberazione il seme della nonviolenza si possono creare le condizioni effettive per un cambiamento di fondo della società, per una trasformazione radicale della cultura che l’innerva.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e pacifismo?
Gli amici della nonviolenza nel movimento pacifista hanno un compito fondamentale: quello di portarvi la specificità di essere sempre tesi a capire l’altro, a comprendere le motivazioni di chi viene considerato un avversario, di intuire il senso delle azioni di chi viene messo sotto accusa, di delinearne se esiste la parte di ragione. Hanno il compito cioè di contrastare quelle posizioni che esprimono un pensiero unilaterale: di chi vede il torto già scritto da una parte e la ragione sempre dall’altra.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e antimilitarismo?
L’antimilitarismo è la prosecuzione della nonviolenza con gli stessi mezzi.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e disarmo?
La corsa agli armamenti porta prima o poi alla guerra, alla violenza. La riduzione delle armi in giro per il mondo e in particolare all'interno di un paese riduce le possibilità di violenza: un’equazione scontata. "Si vis pacem para bellum" è solo un gioco di parole insensato, irresponsabile. Al contrario: "Si vis pacem para pacem".
Quali rapporti vede tra nonviolenza e diritto alla salute e all'assistenza?
La nonviolenza delinea una società fondata sulla cooperazione, sull’aiuto dei più deboli, predispone al diritto alla salute, all’assistenza sanitaria per tutti in quanto esseri umani (sia con il passaporto in regola sia col passaporto scaduto), un’assistenza gratuita per i meno abbienti.
Quali rapporti vede tra nonviolenza e psicoterapie?
Gandhi definì le sue esperienze "esperimenti con la verità". Affermare la verità è terapeutico, spesso è un atto di coraggio. Al contrario mentire non è solo ingannare l’altro, ma anche modificare se stessi, il proprio modo di pensare, di essere. Per Hanna Arendt “Colui che dice la verità ha iniziato ad agire. Ha fatto un primo passo verso il cambiamento del mondo”.
C’è un altro aspetto che lega psiche e nonviolenza. In tempi recenti sono stati scoperti i “neuroni specchio”, parti del cervello predisposte a sentire su di sé le emozioni provate dall’altro. Attraverso i neuroni specchio si compartecipa in qualche misura alle emozioni che sta vivendo l’altro, in particolare al suo dolore o alla sua gioia. E la nonviolenza è empatia: è sentire su di sé la sofferenza dell’altro, è farsene carico. “Tu e io non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi” disse Gandhi (sembra che i grandi uomini, Einstein, Gandhi, facciano le scoperte scientifiche in anticipo, per intuito).
Quali rapporti vede tra nonviolenza e informazione?
In termini astratti la nonviolenza, in quanto “affermazione della verità” e “nonmenzogna”, dovrebbe essere il riferimento più alto dell’informazione e di chi fa informazione. Ma in Italia in questi tempi grami siamo ai limiti più infimi di un’informazione artatamente contraffatta (come confermano enti internazionali di rilevazione). Agli amici della nonviolenza non resta che difendere quel mimino di libertà di informazione, di nonmenzogna che esiste ancora da queste parti.
Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione filosofica?
“Filosofia” significa “amore per la verità espressa nella sapienza”. Filosofia, nella sua accezione fondativa, è confronto senza avversioni, senza la volontà di vincere l’altro, per raggiungere una migliore comprensione, per liberare se stessi e l’altro da opinioni errate. La nonviolenza (in quanto nonmenzogna e comprensione dell’altro) è “filosofia”.
Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione delle e sulle religioni?
Tra nonviolenza è Vangelo c’è completa identità. Tra nonviolenza è Chiesa cattolica attuale c’è assoluta divergenza.
Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull'educazione?
Scrive Gandhi: “Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l'odio con l'amore, la menzogna con la verità, la violenza con l'abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell'educazione di un bambino”. Questo è il compito di chi si pone come educatore: far capire che l’odio si può vincere con l’amore, che la violenza prima o poi dovrà cedere il passo a chi si pone con abnegazione e caparbietà per il bene comune, che la verità prima o poi farà piazza pulita della menzogna. È un compito (contrariamente a quanto dice Gandhi) difficile, ma si può provare... del resto è l’unica cosa da fare.
Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull'economia?
Nell’economia capitalistica il lavoratore è una merce da usare, sfruttare, e accantonare quando non se ne ha più bisogno. Licenziamenti, disoccupazione fanno parte del processo produttivo quanto il ricambio dei macchinari usurati. (Le tragedie delle persone, i drammi delle famiglie sono fenomeni secondari, estranei alla dinamica capitalistica, non rientrano in alcun modo nella problematica del profitto). Esseri umani e macchinari sono fattori materiali di produzione. A livello mondiale il sistema capitalistico si fonda e si alimenta su uno squilibrio indicibile fra nord e sud. Questo squilibrio si trasforma in una discrasia stridente tra esigue minoranze che si abbuffano e si avvelenano per il troppo consumo e per l’eccessiva alimentazione e stragrandi maggioranze che languono, fanno la fame. In mezzo ci sono gli amici della nonviolenza: confidano nell’evidenza dei fatti, nella forza della persuasione, nell’intima razionalità dell’essere umano, si oppongono allo sfruttamento e agli squilibri iniqui.
Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sul diritto e le leggi?
I nonviolenti si trovano di solito a dover fare i conti con una situazione arretrata della legalità. Gandhi e Mandela hanno passato anni e anni delle loro vite in carcere. Alcuni obiettori di coscienza in Italia hanno scontato periodi lunghi di detenzione per il loro rifiuto di prestare il servizio militare. I nonviolenti migliori, i più coerenti, sono ospiti assidui delle carceri. Queste persone con le loro lotte, con i loro sacrifici spostano equilibri giuridici, costringono a promulgare leggi per far diventare legale quanto prima era illegale ma assolutamente giusto, come l’obiezione di coscienza al servizio militare. In questi tempi grami in Italia gli amici della nonviolenza hanno il compito (eventualmente frequentando di nuovo le carceri) di far modificare le leggi razziste che vessano i migranti, di far abolire l’abominio del reato di clandestinità, di far promulgare garanzie giuridiche di cura, assistenza, educazione per i figli dei migranti indipendentemente dallo stato giuridico e dai problemi amministrativi o di qualsiasi altra natura dei genitori.
Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sulla scienza e la tecnologia?
Gli amici della nonviolenza scelgono la scienza, la tecnologia che vanno nel senso dell’ecologia della terra, in particolare nell’utilizzo delle risorse energetiche; sono tecnologie, metodologie scientifiche che contribuiscono a uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e umano.
Tra le tecniche deliberative nonviolente ha una grande importanza il metodo del consenso: come lo caratterizzerebbe?
Più che il consenso in questi tempi grami è il dissenso che va salvaguardato in ogni modo e in ogni occasione come un’entità preziosa, un dissenso che si inquadri in una prospettiva di dialogo e di accordo, ma sempre dissenso legittimo, garantito.
Tra le tecniche operative della nonviolenza nella gestione e risoluzione dei conflitti quali ritiene più importanti, e perché?
Una volta nei partiti di sinistra c’erano le cellule “Stampa e Propaganda”. Oggi nella società mediatica l’opinione pubblica, le scelte politiche della maggioranza del corpo elettorale si formano attraverso quello che dice la televisione. E tu puoi apprestare l’iniziativa politica più giusta, più intelligente, più condivisibile del mondo, ma se non ti vede nessuno, se raggiungi solo pochi intimi, quell’iniziativa arricchisce solo te e i tuoi amici. «È la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente» dice Humphrey Bogart, direttore di quotidiano nel film ‘L’ultima minaccia’. «È il martello della TV» direbbe oggi un telespettatore accorto “assistendo” al TG1 di Minzolini. Nella società mediatica (raccogliendo tutti i propri, di solito miseri, mezzi a disposizione) è necessario conciliare la profondità del messaggio con la creatività della comunicazione, la pregnanza del discorso con una forma efficace di informazione, capace di suscitare curiosità, attenzione, in grado di far distogliere lo sguardo, le orecchie da ciò che di continuo le obnubila, ovvero si tratta di trovare la tecnica giusta per il momento specifico con inventività e intelligenza.
Come caratterizzerebbe la formazione alla nonviolenza?
La formazione della nonviolenza si declina da una parte su una disposizione psicologica alla cooperazione, al superamento dell’egocentrismo, dall’altra su una disposizione a dire la verità, alla capacità di dire “NO” senza aggressività, senza autoaffermazione, ma senza cedimenti. Scrive Erich Fromm: “Credo che riconoscere la verità non sia essenzialmente una questione di intelligenza, ma una questione di carattere. L’elemento importante è il coraggio di dire ‘no’, di disubbidire al dominio del potere e dell’opinione pubblica: di porre fine all’assopimento e di diventare umani, di risvegliarsi e perdere il senso di abbandono e di futilità”.
I movimenti nonviolenti presenti in Italia danno sovente un'impressione di marginalità, ininfluenza, inadeguatezza; è così? E perché accade? E come potrebbero migliorare la qualità, la percezione e l'efficacia della loro azione?
Mao Zedong nel 1956 pronunciò una celebre frase: “Che cento fiori fioriscano, che cento scuole gareggino”. Voleva dare avvio (dall’alto) a una fase di liberalizzazione della vita culturale, sociale, politica, economica in Cina. Quella fase di liberalizzazione fu brevissima. Oggi per i movimenti nonviolenti e assieme a loro per i movimenti pacifisti in Italia (sperando in un esito del tutto diverso da quello cinese, ovvero in un successo stabile, di lunga durata) si tratta di parafrasare la frase di Mao rovesciandola: “che un forte albero (con tante fronde, tanti rami, tante gemme, ma grande, unico) cresca, che un’unica scuola (con tante aule, tante finestre, tante porte, ma grande, unica) sia edificata”.
Nonviolenza e movimenti sociali: quali rapporti?
Un rapporto continuo, assiduo: la presenza degli amici della nonviolenza nei movimenti è la garanzia che in essi venga portato un seme necessario, indispensabile per un cambiamento reale, profondo, quello della nonviolenza.
Nonviolenza e cultura: quali rapporti?
È evidente che leggere Hamsun, Mishima, Celine ha uno straordinario valore culturale, i libri di questi scrittori permettono di conoscere qualcosa di essenziale dell’essere umano e sono magistrali lezioni di linguaggio. Ma gli amici della nonviolenza possono con animo leggero promuovere e suggerire la lettura soprattutto di Levi, Remarque, Tagore, perché nelle opere di questi grandi autori risuonano gli ideali del movimento pacifista e nonviolento.
Nonviolenza e forze politiche: quali rapporti?
Dice Gandhi: “Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c'è tra seme e albero”.
Per questo tra forze politiche e nonviolenza sembra sussistere una discrasia insanabile, un abisso incolmabile: le forze politiche, almeno quelle che conosciamo purtroppo oggi in Italia, s’industriano a usare ogni mezzo (qualsiasi mezzo, anche il più abbietto) per raggiungere qualsiasi fine, anche il più impresentabile (ma imbelletato dai trucchi mediatici e offerto al pubblico televisivo, ex-opinione pubblica, come appetibile). Ma gli amici della nonviolenza sono ostinati e con caparbietà riallacciano il dialogo con le forze politiche perché ci sia una qualità alta dei fini, perché si riaffermi una coerenza tra fini e mezzi, a scapito della spregiudicatezza di questi ultimi.
Nonviolenza e organizzazioni sindacali: quali rapporti?
La fine della contrapposizione internazionale tra blocchi Usa-Urss ha determinato un cambiamento profondo e sottile nel movimento pacifista, lo ha slegato dalle problematiche di una contingenza di quadro internazionale segnata dal confronto drammatico della guerra “fredda”, lo ha liberato a un’idealità senza condizioni, alla nonviolenza. Questo pacifismo senza condizioni permeato di nonviolenza ha piantato le sue radici nell’edificio sindacale e l’opera degli uffici del movimento sindacale nel promuovere accoglienza, rispetto dei diritti umani e di lavoro dei lavoratori migranti è encomiabile.
Nonviolenza e pratiche artistiche: quali rapporti?
L’arte parla alle emozioni profonde, imperscrutabili dell’essere umano. Non esiste un’arte programmabile, funzionale a esaltare un tema, anche il più nobile. L’artista non può mettersi a tavolino e programmare la propria opera come se risolvesse un teorema matematico con un’ipotesi e una tesi da dimostrare; può d’altra parte farsi permeare da problematiche, interessarsi di continuo a un ambito di temi, può camminare fianco a fianco a persone che s’impegnano su una contraddizione sociale. Allora può darsi (ma non è detto) che un giorno un’opera scaturisca dalla mente e dalla sensibilità dell’artista, un’opera valida che parli di quei temi, una sintesi artistica significativa di quelle problematiche.
Nonviolenza e amicizia: quale relazione? E come concretamente nella sua esperienza essa si è data?
Camminare in montagna è un’attività splendida: è entusiasmante arrivare in cima alle vette, spaziare lo sguardo su altre vette, su un orizzonte infinito. Ma momenti altrettanto splendidi sono quando durante il cammino si attraversano i ponticelli, ci si ferma in mezzo al ponte... si osserva lo splendore della luce, le gradazioni del verde, si ascoltano i suoni ruscellanti dell’acqua. Il ponticello collega due rive. E l’amicizia è un ponte tra due esseri umani. La guerra, la violenza sono cunicoli in cui si avanza alla cieca menando colpi a destra e a manca ossessionati dalla minaccia che assedia. Amicizia è uscire dalla grotta... fermarsi in mezzo al ponte... conversare... godere insieme del fresco.
Nonviolenza e percezione dell'unita' dell'umanità': quale relazione e quali implicazioni?
Srimad Bhagavatam scrive: “Impara a guardare con occhio uguale tutti gli esseri vedendo in tutti l'unico Sé”.
Nonviolenza e vita quotidiana: quale relazione?
Gandhi scrive: “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.
Qual è lo stato della nonviolenza oggi nel mondo?
Una fiammella nella notte più buia.
Qual è lo stato della nonviolenza oggi in Italia?
Una fiammella in una notte ancora più gelida.
Quale le sembra che sia la percezione diffusa della nonviolenza oggi in Italia?
Nel migliore dei casi i nonviolenti vengono considerati “anime belle”... tanto simpatiche... quanto un po’ ingenue.
Nonviolenza e linguaggio (ed anche: nonviolenza e semiotica): quale relazione?
La nonviolenza è dialogo, dissenso, mediazione, accordo. Tutte modalità di comunicazione neglette e spinte ai margini della società mediatica. Dialogo? Meglio ascoltare inebetiti l’imbonitore di turno dallo schermo TV. Dissenso? Dissenti? “Allora sei un criminale o uno che sta portando alla rovina l’Italia”. Mediazione? Accordo? “Non scherziamo! Mangia questa minestra o salta dalla finestra!”.
Nonviolenza e stili di vita: quale relazione?
Abele viene dall'ebraico "hebel", che significa respiro o vapore, qualcosa che vive e si muove e va al di là anche della propria stessa vita. La radice di Caino sembra essere il verbo "kanah", acquisire, ottenere proprietà, e anche comandare, soggiogare. “Nonviolenza” è respiro, movimento, è essere in cammino.
Nonviolenza e coscienza del limite: quali implicazioni e conseguenze?
Un brano di Gregory Bateson definisce magistralmente i concetti di limite e di equilibrio: «‘Più’ è sempre meglio che ‘meno’: è il credo della cupidigia. Ma questo non è mai vero biologicamente. C'è sempre un valore ottimale al di là del quale tutto diviene tossico: l'ossigeno, il sonno, la psicoterapia, la filosofia. Ma noi ignoriamo questi limiti, perché la cupidigia ha seminato il disordine. Le variabili biologiche hanno sempre bisogno di equilibrio. Ma noi tentiamo a spingerle oltre l'equilibrio, oltre il confine in cui l'equilibrio è ancora possibile.»
Il capitalismo si fonda sulla logica del superamento-sfondamento del limite, della conquista di nuovi mercati, della vendita di merci a individui consumatori che non ne hanno affatto bisogno. Dopo aver delocalizzato il lavoro in luoghi dove non costava nulla, dopo aver depredato e drogato mercati, ci si accorge che le risorse naturali stanno esaurendosi! La fissazione di un limite a questo processo contrappone una necessità (bisogna porre un limite, le risorse non sono inesauribili) a un’impossibilità (come porre un limite a ciò che si riproduce e non collassa su se stesso solo sfruttando il superamento del limite?). Sorge poi una contraddizione ulteriore: “limite” è un concetto generale, sistemico, tradotto in ‘soldoni’ significa: “siamo tutti nella stessa barca che sta per infrangersi negli scogli e affondare”. Ma è legittimo un discorso sistemico che comprenda tutti in una barca che è stata guidata e indirizzata sconsideratamente verso il naufragio da un’infima minoranza? È appropriato parlare di “limite” quando il 2% dei componenti del sistema hanno sperperato scriteriatamente il 50% delle risorse che stanno esaurendosi. È nella logica della nonviolenza porre tutti sulla stessa barca? Schiavi e schiavisti, sfruttatori e sfruttati? Oppure questa problematica del limite va spogliata della sua connotazione sistemica, per essere modulata sulle colpe di pochi e sulle ragioni dei tanti? Sulla depredazione effettuata da alcuni e sulla spoliazione subita dalla maggioranza?
Nonviolenza come cammino: in quale direzione?
C’è un’arte misconosciuta, quella del camminare, in quest’arte non si ha casa in un luogo fissato perché si è casa propria in qualsiasi luogo, non si possiedono proprietà perché l’unica proprietà essenziale la si porta sempre con sé nell’intimo, e la meta del cammino non è un punto d’arrivo ma il cammino stesso. Nell’arte del camminare si prova stupore, meraviglia. E la nonviolenza è cammino...