Philip Levine

 

Polvere e memoria

Un ometto malrasato, sui cinquanta,
col volto nascosto da un berretto a visiera
messo di traverso, chinava la testa a terra,

gemeva, poi si drizzava abbandonando la testa all’indietro

e buttava il corpo in avanti
un’altra volta. Supplice in ginocchio
di cosa? Della terra e del mare
che avevano abusato di lui? Della forza che dà il dolore?

Della donna dal viso di dea
dipinta sul peschereccio?
Quando gli cadde il berretto, riconobbi un uomo
che incrociavo ogni sera, al crepuscolo,
mentre rincasavo, un vicino di casa al quale mai
avevo rivolto la parola e mai l’avrei fatto. Calato il buio,
non tornai indietro  a vedere se se n’era andato
ad ascoltare il mare senza luna, di per sé solo una parola
senza consonanti, invisibilmente ripetuta
dentro la mia testa.
                               

Che storia è questa?
Ovunque tu sia ora
c’è terra che aspetta di ricevere il poco che lasci.
 

Stamattina mi sono alzato prima dell’alba, nel freddo
mi sono vestito, ho lavato la faccia, mi sono dato una pettinata

accorgendomi che il mio cranio
diventava la dimora del nulla.

Il vento che quel giorno, anni fa,
creava turbini di sabbia aveva un nome
destinato a sopravvivere al mio
almeno mille anni, anche se era fatto di quell’aria
che spero anch’io di diventare, l’aria che piano
ti dice nell’orecchio: "Sono polvere e memoria,

la coppia dei tuoi vicini di casa, su questa stella fredda."

Quel vento, il Levante,
ululerà attraverso le orbite del mio cranio
componendo una musica strana.

Quando la senti
ricorda che sono io che canto, lontano da qui
ma ancora caldo nel fuoco della tua pena.

 

 

 
 

 

 

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