Philip Levine
IL RITORNO
Ogni pomeriggio mio padre guidava per le strade di campagna
tra Detroit e Lensing.
Cosa stesse cercando
non l’ho mai saputo.
Neppure lui lo sapeva, sebbene scegliesse ogni strada non frequentata
e la seguisse fin dove portava
attraverso campi di grano in agosto
o davanti a covoni ghiacciati in inverno.
Spesso lasciava il terrapieno vicino all’autostrada
per entrare nel silenzio estatico di metà settembre
alla ricerca di un segno
con la musica del suo stesso respiro
o del vento che attraversava lentamente le siepi
e galoppava sopra campi incolti.
Quando tornava a casa
con il vestito e le scarpe sporche di polvere e fango,
con il lungo impermeabile nero imbrattato all’orlo,
si sedeva in silenzio sulla sua sedia, con il colletto allentato,
fissando il nulla.
Io e i miei fratelli allora tentavamo di farlo parlare
con domande a cui lui solo poteva rispondere:
perché era andato in guerra?
dove aveva imparato l’arabo?
chi era suo padre?
Non ricordo risposte.
Ho saputo tutto solo anni più tardi,
quando già ero anziano
in un diario che aveva lasciato a mia madre
con piccoli disegni di granai in rovina
e pali del telefono che si perdevano in fila
verso un futuro che lui non visse mai,
con aforismi tratti da Montaigne, Giovenale, Voltaire
o forse inventati:
“chi cerca risposte trova domande”,
tre volte scrisse “intendevo essere un altro”,
e proseguiva descrivendo i profumi della campagna dopo la pioggia
e ancora “tutto comincia da un seme”.
A matita disegnò un giovane melo che aveva visto
o forse solo sognato.
Ereditai il diario a 70 anni
e anche il desiderio di ritornare dove avevamo vissuto.
All’aeroporto di Detroit affiatai un Taurus.
La donna dell’agenzia era annoiata
o forse folle.
“Volevo compagna?” domandò. Conosceva ogni strada
fino a Chicago. Aveva un accento strano, olandese o tedesco,
lunghi capelli neri, uno sguardo gelido.
Considerai la proposta.
Decisi di andare solo,
determinato a scoprire quello che mio padre non aveva trovato mai.
Lentamente la mattina d’autunno diventava più calda,
stormi di starne si alzavano dai campi incolti
e oscuravano il sole.
Guidai fino a trovare il boschetto di meli carichi di frutta.
Lasciai l’auto col motore acceso accanto ad una siepe
ed entrai nella sua vita forse per la prima volta.
Un corvo mi accolse.
Il sole in cielo era silenzioso, austero,
il primo pomeriggio senza nuvole, perfetto.
Quando il corvo scomparve
le ombre presero ad addensarsi lentamente nelle pozzanghere.
Per un attimo ogni cosa si arrestò.
Il vento sussurrò qualcosa alle mie orecchie:
non esattamente una parola,
solo il linguaggio che un tempo aveva dato vita alla creazione.
Mi tolsi il cappello, un errore in presenza del dio di mio padre,
e mi asciugai lo zigomo con quello che in quel momento avevo a disposizione,
il dorso della mia mano,
meravigliandomi per quanto avevo davanti:
assolutamente nulla,
se non l’ostinazione delle cose.
***
Polvere e memoria
Un ometto malrasato, sui cinquanta,
col volto nascosto da un berretto a visiera
messo di traverso, chinava la testa a terra,
gemeva, poi si drizzava abbandonando la testa all’indietro
e buttava il corpo in avanti
un’altra volta. Supplice in ginocchio
di cosa? Della terra e del mare
che avevano abusato di lui? Della forza che dà il dolore?
Della donna dal viso di dea
dipinta sul peschereccio?
Quando gli cadde il berretto, riconobbi un uomo
che incrociavo ogni sera, al crepuscolo,
mentre rincasavo, un vicino di casa al quale mai
avevo rivolto la parola e mai l’avrei fatto. Calato il buio,
non tornai indietro a vedere se se n’era andato
ad ascoltare il mare senza luna, di per sé solo una parola
senza consonanti, invisibilmente ripetuta
dentro la mia testa.
Che storia è questa?
Ovunque tu sia ora
c’è terra che aspetta di ricevere il poco che lasci.
Stamattina mi sono alzato prima dell’alba, nel freddo
mi sono vestito, ho lavato la faccia, mi sono dato una pettinata
accorgendomi che il mio cranio
diventava la dimora del nulla.
Il vento che quel giorno, anni fa,
creava turbini di sabbia aveva un nome
destinato a sopravvivere al mio
almeno mille anni, anche se era fatto di quell’aria
che spero anch’io di diventare, l’aria che piano
ti dice nell’orecchio: "Sono polvere e memoria,
la coppia dei tuoi vicini di casa, su questa stella fredda."
Quel vento, il
Levante,
ululerà attraverso le orbite del mio cranio
componendo una musica strana.
Quando la senti
ricorda che sono io che canto, lontano da qui
ma ancora caldo nel fuoco della tua pena.
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