MARIO LUZI

PALERMO, APRILE '86

E’ placida Palermo sotto le nuvole.
rari perforano gli aerei
la sfioccata coltre, s’infilano, ma quasi controvoglia, in questa
sgoccigliante domenica
d’aprile che assonna tutto il golfo.
Poi calano sulla lontana pista.
Nessun altro frastuono arriva, il rombo
ed il marasma
hanno lasciato le sue strade,
neppure l’ululato
delle molte ambulanze e delle scorte
ora la traversa.
Gli scatti e i morsi,
gli stolzi ed i sussulti della sua oscura malattia
conoscono un inspiegabile letargo.
Le muraglie e le cupole si staccano
sui chiostri e sui giardini
in un chiarore infido, morbido.
Tranquillo il porto ed i bacini,
semideserte le banchine,
mediocre la stazza delle navi.
I rimorchiatori sono fermi.
Si purga dai suoi mali o altri ne prepara
Palermo in questa oasi
se è un’oasi che si è aperta nel suo ventre, come pare,
e non un’officina di crimini e morte
che così si affina…
Immagino soltanto o subodoro cose che mi daranno orribile certezza?
Interpellati
i miei amici di qua
sono simili ad uomini di mare
per cui nulla è imprevedibile,
sono aperti a ogni segnale
e catafratti a ogni male, sebbene sotto sotto
amari, sebbene non rassegnati al peggio.
Saprò forse domani che questo splendido torpore
era fitto di crude operazioni, ed anche
questo abbaglio
ingannevole ci ammalia… così è Palermo.

 

 

LINFE

 

Quiete, maturità impende dal cielo.

Non più io, sono gli alberi felici

che parlano e le rose e le acque vive

nei salti, e le città

sublimi dove salgono i sentieri.

E quest’ora eternamente propizia

che rimane da vivere, nel sole

alta e sempre futura.

 

Ma dovunque mi tragga il chiaro fuoco

nel meriggio, oh tu guardalo tremare

fra i carri di vendemmia che s’inoltrano

lenti per le contrade

fra siepi ed ombre fluide, ovunque appare

il tempo giustamente compiuto.

La sua voce s’è sciolta già in preghiera

là dove il vento cade.

 ***

 

A CHE PAGINA DELLA STORIA

 

A che pagina della storia, a che limite della sofferenza-

mi chiedo bruscamente, mi chiedo

di quel suo "ancora un poco

e di nuovo mi vedrete" detto mite, detto terribilmente

 

e lui forse è là, fermo nel nòcciolo dei tempi,

là nel suo esercito di poveri

acquartierato nel protervo campo

in variabili uniformi: uno e incalcolabile

come il numero delle cellule. Delle cellule e delle rondini.

 

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